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Testimonianza Matilde Pagnin

 

Venezia 13 novembre 2010
Ho passato dieci giorni memorabili in un paesino africano, di nome Ngombezi, in mezzo al nulla.
Eravamo ospiti di un prete anglicano, Padre Joel, e di suo figlio David. Vivevamo in una casa semplice su una collina abbastanza bassa di un colore rossiccio intenso. Vicino alla casa del Padre Joel c’erano un pollaio, una sartoria, una chiesa, un porcile e una scuola di catechismo.
Padre Joel è un uomo molto allegro e fa un sacco di battute che scatenano le risate di tutti.
Sa parlare il swahili e l’inglese. È simpatico e ti tratta subito da amico come se ti conoscesse da anni e a me dava molto piacere e mi sono sentita subito a casa. David è un ragazzo tranquillo ed è sempre pronto a provare nuove emozioni. Ci ha accolti affettuosamente ed era gentilissimo nei nostri confronti. Ci mostrava il posto e ci presentava ai suo amici. Non conosceva né l’arroganza né il sarcasmo e non si arrabbiava mai. Penso di essere stata veramente fortunata ad incontrare un amico come David.

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Testimonianza Costanza Pagnin

 

Venezia 4 dicembre, 2010

Al nostro arrivo a Ngombezi tutti i bambini del villaggio ci guadavano perché non avevano mai visto un bambino bianco. Non mi sentivo tanto a mio agio con tutti questi occhi che mi fissavano. Ho incominciato a sentirmi meglio quando mi sono trovata a casa di Padre Joel insieme con il suo figlio David e il nostro fratello adottivo William. Con loro abbiamo giocato a nascondino, a carte, a prendersi ed a calcio. Quante risate!
Inizialmente pensavo che i bambini non andassero a scuola e chiedessero la carità, ma mi sbagliavo: giocavano, scherzavano e correvano come noi. Se i ragazzi avevano soldi per pagarsi la divisa, il quaderno e la penna andavano a scuola, altrimenti rimanevano analfabeti. Un giorno andai a vedere come lavoravano i ragazzi del liceo e mi accorsi che studiavano tanto e in inglese. Erano molto silenziosi e ubbidienti rispetto alla mia classe anche se erano in tantissimi. Bastava solo la parola ‘silence’ e stavano in silenzio. Prima di cena bisognava anche stare parecchio in silenzio per ringraziare il Signore per il cibo. Seduti sul divano di Padre Joel mangiavamo insieme ugali e pollo.
Il sapore di ugali assomigliava a quello della polenta però il colore era più chiaro. Siccome uno dei loro galli cantava alle tre di mattina e infastidiva tutti, Padre Joel ha deciso di mangiarlo. Era un po’ magrolino ma almeno era sano e senza conservanti. In Tanzania anche i galli devono imparare a stare in silenzio!

Costanza Pagnin
Scuola Manzoni, V elementare

Testimonianza Angela Franzin

 

Il mio primo viaggio in Africa risale a tre anni fa e sino ad ora ci sono ritornata cinque volte per visitare il “mio bambino” adottato. David è il suo nome e ha una sorella gemella, Dorothy. I gemelli hanno undici anni, sono orfani di entrambi i genitori e vivono con i nonni materni.
È una grande emozione ogni volta che li rincontro ed una grande attesa per rivederli. Loro vivono nel piccolo villaggio di Ngombezi, come la maggior parte degli orfani sostenuti dalla nostra associazione “Gocce d’Amore Universale”. Ovviamente parlo della Tanzania, è lì che l’Associazione è presente e attiva. Il villaggio ha bisogno di tutto, iniziando dalle cose principali, come il cibo, l’acqua e la luce. Non si può descrivere l’impatto del primo momento, la commozione, l’incredulità nel vedere come vivono in quel luogo adulti e bambini, la gioia di poter fare qualcosa per loro, anche se piccola. Una confusione di sentimenti si impadronisce di te e un grande insegnamento viene da loro, loro che non hanno niente e non si lamentano mai. Grandi sorrisi ed occhi che brillano, vedi nei bambini, che non senti mai piangere.
Parlando con il Pastore Anglicano, P. Joel, che segue i nostri amati orfani, ci siamo domandati che cosa avremmo potuto fare affinché gli abitanti del villaggio, soprattutto le donne, potessero imparare una professione e guadagnare un po’ di denaro. Consultando le donne, è emerso il loro desiderio di avere delle macchine per cucire. Così nacque l’idea di iniziare la raccolta fondi per comperare le macchine, dieci, e subito dopo l’Associazione ha raccolto il denaro necessario per costruire la Scuola di Sartoria.
Questa è un’ottima iniziativa per insegnare un mestiere alle ragazze che non vogliono studiare. Un po’ alla volta, molti altri progetti sono stati realizzati da noi nello stesso villaggio. Invito tutti a compiere un viaggio a Ngombezy per rendersi conto della bellezza naturale del Paese e della realtà socioculturale. Io ci ritornerò forse la prossima estate. Tutti loro sono sempre nel mio cuore e nei miei pensieri, non solo i bambini, ma tutte le persone africane. Amo gli africani per molteplici motivi e amo l’Africa. Lo chiamano mal d’Africa, io non so cosa sia di preciso, ma so che ciò esiste e ti “prende”.

Novembre 2010
ANGELA FRANZIN

Testimonianza Fiorenzo Massa

La prima volta che ero sceso in strada uscendo da un albergo in un quartiere denso di gente e di vita, avevo avuto la sensazione che quella fosse la mia vera "casa"; che quella poteva dirsi una comunità, a differenza dei nostri freddi agglomerati di individui. Le impressioni raccolte a Nairobi hanno avuto un riscontro diversi anni dopo a contatto con l'umanità di Ngombesi, il villaggio di Padre Joel, dove la povertà si accompagna ad una grande dignità e compostezza, e gli abiti variopinti delle donne fanno dimenticare per un attimo le misere abitazioni messe insieme con stecchi e argilla, e la fatica di portare, percorrendo i sentieri in terra battuta, i secchi d'acqua sulla testa. Difficile descrivere le emozioni procurate dalla gentilezza e dall'accoglienza (autentiche e non di facciata) di questa gente; il sorriso (sincero) su volti che avrebbero mille ragioni per esprimere solo disperazione. E' inevitabile che, laggiù, si faccia un confronto (impietoso per noi) tra i nostri bambini e i loro: tra i capricci di un mondo sazio e lo sguardo responsabile di cuccioli cresciuti in fretta. Le ore passate con Padre Joel e i bambini che ruotavano numerosi intorno alla casa, durante i giochi, o nel momento della preghiera prima del pasto frugale, o ascoltando i canti dei piccoli e degli adulti durante la messa, sono state un assaggio di vita cristiana e un balsamo per il mio cuore di occidentale. Allora tutto assume un senso più pregnante e intenso: il denaro versato su un conto corrente in modo asettico per orfani lontani di un altro continente, qui diventa qualcosa di vivo e palpabile.
Fiorenzo

Testimonianza Roberto Scarpa

 

Mi chiamo Roberto Scarpa ho 49 anni e vivo a Venezia.
Dopo vari viaggi di volontariato, fatti in alcuni paesi dell'America Latina, nell'estate dell'anno scorso mi tornò la voglia di ripetere l'esperienza. Pensai all'Africa (terra per me ancora sconosciuta) e ad un paese che mi permettesse di "provare" le mie poche capacità con la lingua inglese.
Così mi rivolsi a Claudio e, nel periodo natalizio, trascorsi tre settimane nel nord della Tanzania, nel villaggio di Ngombezi vicino alla città di Korogwe.
Soggiornavo insieme ad Elisa, una mia amica e compagna di viaggio, nella casa di Padre Joel parroco della comunità evangelista.
L'abitazione, composta da quattro stanze e un piccolo cortile interno da dove si accedeva al bagno e alla doccia, era ubicata in una posizione rialzata e un po' isolata rispetto al resto del villaggio.
Di semplice architettura, godeva di un ampio spazio aperto verdeggiante, della luminosità del sole africano e di una refrigerante brezza che portava sollievo nei caldi pomeriggi. Non lontani si trovavano: la chiesa, la sartoria, la scuola, un piccolo negozio e varie costruzioni più modeste; un po' più in disparte, immerso in un boschetto, un piccolo cimitero.
Fino a gennaio, perchè poi fu trasferito, Padre Joel viveva in questa casa con i suoi 3 figli adottivi e, quando arrivavano, con i volontari.
I miei giorni a Ngombezi cominciavano alle sette con il suono severo della campana che annunciava la messa del mattino. Finita la funzione si faceva colazione: pane, burro di arachidi o keke (simili a frittelle) e thè.

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